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La Grotta della Vipera è un monumento funebre di epoca romana, risalente al periodo compreso tra la fine del I° ed il II° secolo dopo Cristo, scavato interamente nella roccia ai piedi del colle di "Tuvixeddu".

Esso è la testimonianza più importante della necropoli occidentale della Carales romana che si estendeva lungo tutto il Viale S.Avendrace. Per i romani la morte aveva un significato particolarmente nefasto. Per questo motivo i luoghi di sepoltura sorgevano lontano dal centro abitato, nelle vie d'accesso alla città. La Grotta della Vipera è il mausoleo funebre che il nobile romano Lucio Cassio Filippo dedicò alla moglie, la nobile Atilia Pomptilla. Tanto romantica quanto commuovente, la storia di Atilia e del suo coniuge Cassio Filippo, è per eccellenza una delle più avvincenti vicende d'amore della Cagliari antica e forse racchiude i presupposti per mettere in risalto l'affetto che gli uomini provavano per questa città, incantevole e serenamente vivibile ai tempi dell'antica Roma. Si racconta che per ordine dell'imperatore Nerone, nell'anno 65d.C., Cassio Logino era stato condannato all'esilio da scontare in terra sarda e fu subito raggiunto dal figlio Lucio Cassio Filippo. Forse per il clima della città, insalubre nei pressi delle coste per la presenza di paludi e fetide lagune, il valoroso Filippo andò incontro a una tra le più vecchie e terribili malattie che segnarono profondamente il suo destino: la malaria. Attilia, afflitta dall'etroce dolore di vederte Filippo moribondo, supplicò gli dei affinchè prendessero la propria vita in cambio della guarigione dell'amato sposo con il quale aveva vissuto, nella buona e nella cattiva sorte , 42 lunghi anni. Caso volle che le preghiere furono ascoltate dalle potenti divinità: il marito, come per magia, riacquistò la salute mentre Atilia serenamente, cessò di vivere. L'addolorato Filippo, non appena potè contare sulle sue prime forze, diede l'addio alla consorte facendo scavare, in ricordo del suo grande amore, un tempio sotterraneo nel cui frontone sovrastante l'ingesso, oltre alla dedica che onora la matrona (deceduta forse all'eta di 60 anni), sono visibili i due serpenti scolpiti nella roccia (considerata dal popolo due vipere), posti l'uno davanti all'altro per simboleggiare l'immortalità dell'amore coniugale. Il nome "Grotta della Vipera" deriva proprio dai due serpenti scolpiti nell'architrave che simboleggiano la fedeltà coniugale ed il trasporto amoroso insito nel significato simbolico attribuito dagli antichi alla figura del serpente, e non dalla presenza di serpenti che infestano il luogo, come sosteneva una diceria molto diffusa nei secoli passati. In origine l'aspetto del muto sepolcro era ben diverso da quello attuale, ad esempio presenteva alcuni elementi decorativi che offrivano agli osservatori uno spettacolo di rara grazia. In particolare, oltre al frontone con il basso rilievo degli aspidi che hanno assegnato il nome alla cavità (nel seicento nota come "Cripta serpentum", vi erano quattro colonne sormontate da capitelli in stile ionico, affiancate all'ingresso centrale che riproponeva la forma e le dimensioni di una modesta porta, a sua volta raggiungibile da una graziosa scala intagliata nel banco roccioso. Oltre l'ingresso era situata l'umida camera sepolcrale: ampliata nel corso di due secoli per conservare nuove urne cinerarie e altre salme, è costituita da un ambiente rettangolare le cui pareti presentavano una serie di incisioni in lingua greco e latina che completavano i versi di dodici poesie sentimentali dedicate alla sposa cui Filippo era sopravvissuto, dalle quali è stata tratta, anche se in parte, la storia del monumento. Ancora oggi sulle pareti della grotta si possono leggere, seppur con molta difficoltà, le dodici iscrizioni: parole toccanti e incisive, scelte da maestri di retorica, che con riferimenti mitologici e letterari esaltano la figura di Pomptilla. E' interessante sapere che nel 1859, un famoso canonico, l'illustre Giovanni Spano, cercò di comprare il sepolcro per valorizzarlo adeguatamente proteggendolo, così come scrisse, con "Cancelli dorati", perchè in quel periodo era utilizzato dal popolo come immondezzaio e in seguito come riparo notturno per le greggi di pecore che pascolavano nelle vivine colline. La fantasia popolare parlò a lungo di tesori ed enormi ricchezze celate nel cunicolo che si apre in fondo alla grotta: nell'Archivio di Stato di Cagliari è conservato un manoscritto secentesco attestante le ricerche di un favoloso tesoro da parte di due coniugi che avevano chiesto il permesso di ricerca al Procuratore Reale, s'impegnavano trasmettere ulteriori in formazioni sull'esito dell'ardua impresa. Tuttavia è con il passare del tempo che le tanto attese informazioni non furono mai propagate ed il risultato della ricerca è ancor oggi celato da un impenetrabile mistero. All'interno della grotta si aprono due passaggi sotterranei occlusi ed inesplorati sulle cui origini sono state ideate varie leggende. Una di queste racconta che uno dei cunicoli portava a morte certa il malcapitato che vi si avventurava. In realtà i due cunicoli conducono entrambi ad un vicolo cieco, anche se molti anziani del quartiere continuano a sostenere che attraverso questi passaggi sotterranei si arriva in cima al colle di Tuvixeddu. Al lato del mausoleo funebre di Atilla Pomptilla, ci sono alcuni colombari, scavati nella parete rocciosa, in cui erano collocate le urne contenenti le ceneri di diversi defunti. Questo colombario è noto col nome di Tomba di Berillio. La grotta venne salvata da sicura distruzione da Alberto Lamarmora, un giovane ufficiale sabaudo, nel 1822, quando, durante la costruzione della stada Cagliari-Sassari (la Carlo Felice o 131) incorse seriamente nel pericolo di "saltare in aria" a causa delle mine fatte brillare nel corso dei lavori, che non risparmiarono pultroppo molte altre tombe della necropoli occidentale della Carales romana. Tutta la collina, lungo il pendio che si affaccia sul viale Sant'Avendrace, era disseminata di tombe romane. Alcune di esse si conservano ancora, nascoste dalle costruzioni dalle costruzioni moderne ed in stato di profondo degrado, causato dal tempo e dall'incuria dell'uomo. Spano nell'ottocento aveva potuto ammirare le opere, e ci ha lasciato una testimonianza scritta su ciò altrimenti oggi non potremmo nemmeno immaginare. Egli, nella sua Guida della città e d'intorni di Cagliari, descrive con devizia di particolari diverse sepolture tra le quali la cosiddetta Tomba di Rubellio. La Tomba di Rubellio è un colombario, posto all'incirca all'altezza della chiesa di Sant'Avendrace, che Cassio Rubellio fece scavare nella roccia del colle in ricordo delle sue due mogli Marcia Eliade e Cassia Sulpicia Crassilla. Il colombario era molto bello e vi si accedeva attraverso una scalinata scavata a semicerchio, gia danneggiata ai tempi dello Spano. Attualmente, purtroppo, è difficilmente accessibile. Oltre alla tomba di Atilia Pomptilla, nel Viale Sant'Avendrace si può visitare la cripta in cui si rifugiò il vescovo cagliaritano Avendrace (da cui il viale prese nome) per sfuggire alle persecuzioni di cui furono vittima i primi cristiani. Sulla cripta, sicuramente un ambiente funerario risalente ad epoca fenicio-punica, sorse la chiesa dedicata al santo.  |