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Nascita della Sardegna PDF Stampa E-mail

Il bb Sardegna, Sardinia B&B, b&b Cagliari Italy ti vuole raccontare la leggenda della nascita della Sardegna, come la raccontano i sardi, tramandata da genitori a figli. Quando il Signore si accinse a modellare la Sardegna, l’ultima terra, che doveva uscire dalle sue mani, si accorse che nella foga della creazione  aveva consumato quasi tutta la materia necessaria alla sua impresa. Gli era avanzato un cumulo di granito. Dopo un attimo di perplessità Iddio sparse sul mare quelle ultime pietre e calcandole col piede fasciato d’un sandalo di fiamma, vi lasciò in eterno la sua impronta. Così nell’acqua solitaria nacque la prima forma di Ichnusa. Ma il Signore non si fermò qui. Non permise che questa sua creatura estrema affiorasse dalle onde come uno scoglio arido e brullo. E perciò dagli altri continenti e dai paesi che aveva già foggiato, Egli continuò a togliere leggermente con le sue mani armoniose, quel che mancava all’isola di pietra, foreste di roveri e d’elci, fiumi placidi e torrenti rissosi, pianure dolci di viti e di spighe, pascoli folti e propizi alle mandrie, dune bionde orlate di stagni pescosi, insenature popolate di tamerici e di palme, baie raccolte e ospitali per i naviganti. Il Divino Artefice toglieva a quei paesi e riversava, distribuendo sapientemente, sulla trama sassosa di Ichnusa. Alla fine Egli vide con letizia che l’isola di pietra per questa sua invenzione si era trasformata in una terra così varia e così ricca d’accenti, di colori e di prospettive da assomigliare quasi ad un continente. S’accomiatò dunque più sereno dall’isola, dove viveva la sua orma perenne, e riprese il viaggio per scortare ancora, come un pastore vigile, il suo gregge di stelle attraverso i pascoli del cielo.

 

 

         

Così, o  pressa poco, raccontano i sardi la nascita della Sardegna  e la favola esprime in questo modo fantasioso la meraviglia e la commozione del loro cuore d’innanzi a quest’isola, che muta e trascolora ad ogni nostro passo come un mosaico bizzarro. Secondo la leggenda che abbiamo narrato, la Sardegna fu l’ultima terra germogliata dalle mani del Signore. Poiché dalla lunga fatica per plasmare il resto del mondo, era avanzato appena un mucchio di pietre, solo con queste Iddio fece nascere dal mare la sua creatura estrema. La pietra ha infatti una sua incidenza imperiosa nel paesaggio sardo, i suoi diluvi abbracciano sconfinate distese. Dalla Gallura al Campidano, dal golfo occidentale di Oristano al golfo di Arbatax aperto a levante, una trama fitta e volubile di sasso forma il corpo, le radici e le vertebre si tutta la Sardegna. Su queste membra di granito, di basalto, di calcare, di porfido, di schisto, di trachite e d’altre innumerevoli varietà geologiche, un vento perenne ed inflessibile batte e sferza dal giorno della creazione. Questo vento, che ha valicato e lambito vasti deserti marini, giunge alle sponde sarde pregno di salsedine e tutto scatenato.  Nel suo viaggio nessuno schermo di monti e d’altre terre  ha imbrigliato la sua foga. Da qualsiasi direzione provenga, sia esso maestrale o tramontana, scirocco o libeccio, aggredisce sempre  la Sardegna con violenza primitiva e indomita. E piega gli alberi, distorce le creature, asciuga la terra, le sorgenti, le vene d’acqua più segrete. Rende spesso grama e macilenta l’esistenza degli uomini e degli animali, che anche per questo nascono più piccoli e più stentati. Per convincersene basta osservare le proporzioni degli asini sardi, dei buoi, dei cavalli, di tutti gli animali domestici e selvatici e anche la statura d’una parte degli isolani. Ma dove il vento ha lasciato le tracce più palesi della sua erosione è sulle rocce. Alleato a lunghi secoli d’acqua e di sole, esso ha modellato queste pietre con fantasia ineffabile. I tagli, le prospettive, i piani e le forme di queste rocce mutano ad ogni passo. Percorrendo le strade dell’isola si rizzano dovunque innanzi a noi figure più bizzarre e sconcertanti. La nostra immaginazione le scopre nelle trame di sasso. Con un gioco svagato, simile a quello che da fanciulli ed anche da adulti facciamo con la fuga delle nuvole, in quei grovigli di pietra possiamo riconoscere mostri, animali, esseri diabolici, bizzarre immagini di creature umane. A Palau, L’Orso già ricordato da Tolomeo e forse anche da Omero, che fa approdare Ulisse presso una fontana di questo nome, prima del suo incontro funesto con i Lestrigoni, ad Arzachena, la gigantesca Testuggine, che guarda il paese come un mostro antidiluviano, a Castelsardo, l’Elefante, nel cui ventre di basalto i protosardi sistemarono una loro necropoli, a Tresnuraghes, Su Gjju Murmuradu, ossia il giogo pietrificato dell’ira divina, che così volle punire un bifolco irriverente, a somiglianza di quella donna che a Sedilo si rifiutò di venerare S.Antine e questa sua empietà fu anch’essa tramutata in una statua di sasso, a Lanusei, la Madre di Monte Tarè, che, sporta dal suo balcone mostruoso verso la marina di Tortolì, attende il ritorno di suo figlio, ad Aritzo, la cima del Monte Texile, che assomiglia ad un arduo fungo, anzi ad un altare, e infatti i sardi lo ritengono il pulpito dal quale S.Efisio predicò ai barbaricini ancora idolatri riuscendo a convertire il loro cuore, sull’istmo di S.Antioco, Su Para e Sa Mongia, ossia il frate e la suora, che scapparono per amore dal proprio monastero e furono pietrificati per questo peccato, nel Serrabus, il Monte di Quirra, disteso sulla piana come un leone che riposa, a Carloforte, le colonne marine simili alle due statue egiziane di Pennone, in Ogliastra, i Toneri, che ricordano i più corrucciati castelli del Medioevo, nella grotta del Bue Marino, insieme a miriadi di stalattiti favolose, la delicatissima concentrazione simile ad una torta nuziale ornata d’oltre cento candeline, la Maddalena, il Bufalo, l’Agnello e il concilio di animali preistorici pietrificati ed assortiti nella baia serena, a Caprera, il Camello Stanco, ad Aggius, la Fanciulla Scarmigliata, a S.Teresa, il curiosissimo gruppo di granito che fa pensare ad un capo indiano seduto accanto alla sua capanna. E così altre mille figure disseminate in ogni regione, foggiate con sorprendente evidenza, sollecitano la fantasia e fanno germogliare dal cuore dei sardi tante favole di pietra. Questa infatti è il tema costante nelle leggende di questo popolo. I miti dei sardi narrano sempre d’uomini e di animali pietrificati. Il mito di Niobe si ripete in Sardegna con mille variazioni, perché qui tutto ritorna inesorabilmente alla pietra, il dolore, la gioia, l’empietà, l’orgoglio, la malvagità. Tutte queste passioni ed altre ancora possono correre nell’immaginazione dei sardi ad impietrare gli uomini. La prima radice di questa superstizione va ricercata proprio nel vento, che col suo moto assiduo e logorante ha impresso all’isola una fisionomia diversa e inedita. Modellando per milioni d’anni le rocce e le pietre, il vento ha popolato questa terra di figure e d’immagini così estrose e sconcertanti che il cuore e l’indole dei sardi sono stati toccati e plasmati, fin dall’infanzia della loro storia, da questa presenza dura e tenace, da tutte queste favole di sasso. Questo popolo, chiuso da secoli dentro gli stessi confini, riflette nella sua anima, nelle sue fantasie e in tutte le sue espressioni umane l’accento forte, l’ostinazione arrogante e l’ombrosa malinconia di questo mondo petroso e bizzarro, che ha sempre condizionato la sua sorte ed il suo carattere.

        

    

 
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